Un apostolato imprevisto tra i pagani
- P. Diego Cano

- 29 gen 2023
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 6 mag 2023
Ushetu, Kahama, Tanzania, 29 gennaio 2023
Capita che gli apostolati nascano in momenti che non sono pensati o pianificati.
Ad esempio, quando ci chiamano per andare a trovare un malato a casa. Molte volte, si tratta di apostolati di grande sacrificio, perché magari ci chiamano da luoghi molto remoti, e riuscire a raggiungerli prevede un grande sacrificio.
Qualche giorno fa, ad esempio, un catechista ci ha chiamato da un villaggio a sud, che si trova sull'altra sponda del fiume.
In questo periodo dell'anno, la stagione delle piogge, è difficile conoscere in anticipo in che condizioni si trovano le strade, perché magari in quella zona potrebbe piovere, ma da noi no, o magari scendono solo poche gocce di pioggia. Cosi' capita che ci mettiamo in viaggio molto fiduciosi, ma poi riceviamo la sorpresa di non riuscire a raggiungere il posto, o anche sorprese più spiacevoli, come rimanere impantanati con la jeep nel fango.
Così circa tre settimane fa abbiamo ricevuto la richiesta del catechista di Mwendakulima, che ci chiedeva di andare a visitare suo padre che era molto grave di salute. Ho chiesto aiuto a padre Pablo Folz, poiché era impossibile per me andare, trovandomi io in un'altra parrocchia. Cosi' il P. Pablo è partito in moto, accompagnato da un novizio, e si è recato dal malato scegliendo la strada più breve, perché in moto è più facile attraversare le risaie allagate, rispetto a quando andiamo con la jeep. Ad ogni modo, il viaggio è durato più di un'ora.
***
La settimana scorsa, invece, abbiamo ricevuto la notizia che il padre del catechista Nikodemus era morto, in pace con Dio, dopo aver ricevuto tutti i sacramenti, lui che era sempre stato una persona molto religiosa. Nikodemus ci ha chiesto di andare a celebrare il funerale, e abbiamo invitato anche un paio di altri catechisti, per essere presenti a sostenere il loro "collega".
Padre Pablo, due settimane prima, mi aveva detto che era possibile percorrere senza problemi la strada, perchè in quella zona non aveva piovuto quasi per nulla.
Ma nel frattempo c'erano state numerose forti piogge, e quindi non avevamo sicurezze sulla strada. Poichè dovevamo assolutamente raggiungere il posto, dal momento che ci aspettavano per il funerale, e anche io ero sulla jeep con i catechisti, abbiamo deciso di percorrere la strada più lunga, non sapendo in che condizioni era la zona.
La distanza da coprire era di 45 chilometri di strada sterrata, che abbiamo percorso in poco più di un'ora e mezza. Gli ultimi due chilometri ci hanno richiesto molto tempo, perché erano strade per moto o biciclette, e il passaggio della jeep era complicato, oltre al fatto che ci siamo anche persi.
Quando siamo arrivati, era già presente un folto gruppo di vicini in casa e abbiamo iniziato subito i preparativi per la Messa. Sul posto avevano collocato due "turubai" (tende di plastica), una per coprire l'altare e l'altra per il feretro.
Gli uomini era seduti tutti insieme sotto un albero di mango. Le donne, invece, erano tutte insieme in un altro luogo, sotto l'ombra proiettata da una delle case.
Il tempo era minaccioso: si sentivano molti tuoni e il cielo era oscurato da nuvole di pioggia molto dense. Abbiamo iniziato il rituale funebre e abbiamo chiesto ai gruppi di uomini e di donne di avvicinarsi all'altare.
Quello che succede in posti come questo è che per la maggior parte le persone sono paganw e non sanno come partecipare alla celebrazione.
Spesso si mettono a chiacchierare, talvolta anche a ridere, e la cerimonia li infastidisce un po'. Abbiamo chiesto ai cattolici di farsi avanti, vicino all'altare, in modo che rispondessero e seguissero la celebrazione, e si alzassero quando è necessario stare in piedi, o si sedessero o inginocchiassero.
La Santa Messa è iniziata, e la pioggia ha cominciato a scendere, molto debolmente... Grazie a Dio, non ci ha impedito di continuare, e ho pregato che le tende ci proteggessero, perché non avevamo nessun posto in alternativa dove spostarci per continuare il funerale.
Gli uomini a un certo punto si sono spostati qualche metro indietro, per sedersi sotto l'albero. Le donne hanno cominciato a coprirsi con i loro panni (kitenge), e le due tende da sole funzionavano alla perfezione per noi, catechisti e sacerdoti. Grazie a Dio tutto è andato avanti in ordine, ma non abbiamo potuto fermarci a lungo.
Ecco ciò che mi ha sorpreso di più in quel giorno: il silenzio e il rispetto dei pagani presenti. Erano seduti, silenziosi e molto attenti a tutto ciò che veniva fatto.
È stato molto gratificante per me, perché sono rimasti molto colpiti fin dall'inizio, quando hanno visto che mettevamo le cose della Messa sul piccolo tavolo che fungeva da altare, mi hanno osservato mentre indossavo i paramenti sacerdotali, e infine hanno ascoltato i canti del piccolo coro e dei fedeli, le preghiere, le preghiere della Messa a cui tutti hanno risposto.
Penso che si siano formati l'idea che si è trattato di una celebrazione seria, e si tratta proprio di questo: hanno visto qualcosa di insolito per loro, qualcosa che parlava loro del "sacro", di ciò che non appartiene a questo mondo.
È bello vedere che la liturgia ben celebrata è un grande atto missionario. Molti di loro, senza saperlo, e per l'azione dello Spirito Santo, venivano "toccati" da quel "qualcosa soprannaturale". Riuscivo a malapena a predicare, perché la pioggia era sempre più minacciosa, mentre la gente si copriva come meglio poteva.
Dopo la sepoltura, che avviene a circa otto metri dalla casa, in un luogo dove sono sepolti anche gli altri membri della famiglia, ho la possibilità di dire qualche parola.
In quel momento il sole splendeva un po', e allora prima di concludere ho potuto tenere un piccolo sermone di uno o due minuti, la mia "cartuccia" missionaria: ho parlato del destino eterno delle anime. Ho detto loro che per l'eternità ci sono due strade, una che porta alla morte eterna, alla sofferenza; e un'altra che conduce al cielo, alla gloria eterna. Gli ho detto che noi stessi scegliamo il percorso che vogliamo percorrere e il luogo in cui vogliamo andare. Mentre parlavo c'era molto silenzio, il che era sorprendente, come vi dicevo, in questi ambienti.
Gli occhi degli uomini di fronte a me erano immobili a fissarmi. Ne conservo l'immagine impressa nella mia memoria.
Noi crediamo che i pagani, specialmente quelli di queste parti, vivono una vita molto monotona, tra un lavoro e l'altro, e senza pensare a ciò che potrebbe esserci dopo la morte. A quello che ci sarà dopo, sempre se ci sarà qualcosa, non sono interessati.
Pertanto, questa opportunità di parlare loro dell'eternità era preziosa.
Poi siamo stati tutti invitati a mangiare, come è consuetudine. Per me e per i catechisti era stato preparato il posto d'onore, accanto a Nikodemus, sotto le tende da sole. Nikodemus è il figlio più giovane di David, il defunto.
David ha lasciato una famiglia di undici figli, oltre cinquanta nipoti e circa quattordici pronipoti, cioè una famiglia di più di settanta persone. Che bel modo di portare frutto e attraversare questa vita!
Nikodemus mi ha detto, che secondo la tradizione, essendo lui il figlio più giovane, tocca a lui trasferirsi a casa dei suoi genitori, per vivere con sua madre e prendersi cura di lei.
Durante il pranzo si era già creata un'atmosfera rilassata, niente lacrime, ma solo qualche volto un po' più serio. Ma possiamo dire che c'era anche un'atmosfera allegra.
Abbiamo iniziato così a chiacchierare, perché è anche il modo per "tornare" al quotidiano, e aiutare i famigliari a sanare le loro ferite.
Abbiamo parlato del lavoro fatto dai primi missionari che sono passati per queste terre, perché in questi giorni sto leggendo un libro che provvidenzialmente mi è capitato tra le mani, un libro che mi sembra un vero tesoro. Si tratta di "Faccia a faccia – L'epopea missionaria nei grandi laghi africani", che narra la vita di padre Simeon Lourdel, dei Padri Bianchi, il primo missionario cattolico in Uganda.
Per raggiungere l'Uganda, celebrarvi la prima Messa della storia e battezzare molti di quelli che sarebbero stati i futuri martiri dell'Uganda, Padre Lourdel passò per queste terre della Tanzania. E più precisamente, passò per Tabora, proprio il territorio sul quale ci trovavamo in quel momento!
Padre Lourdel, "Mapeera", come lo chiamavano i Baganda (abitanti dell'Uganda), trascorse un po' di tempo in questa zona, con gli altri missionari, e furono ricevuti da un re di queste terre, Mirambo. Ho chiesto ai catechisti quali fossero i territori dominati da re Mirambo, e mi hanno risposto che è proprio tutta questa zona, quella di Tabora e Ushetu.
Secondo alcune storie che si raccontano, Mirambo morì avvelenato in una delle sue campagne contro un piccolo re, e questo avvenne a circa 40 km da dove si trova la nostra parrocchia di Ushetu.
Forse i miei interlocutori avranno pensato che mi stavo un po' perdendo, raccontando tutto questo, e forse un po' l'ho fatto. Ma in realtà ne ho voluto parlare apposta, perché è ammirevole la vita dei primi missionari, come raccontano dei loro viaggi tremendi e sacrificali, e quanto fosse dura la vita tra i nativi del luogo, i terribili Wanyamwezi: in uno dei viaggi per raggiungere la missione, dei cinque missionari che vennero ad aiutare, tre di loro morirono lungo la strada, e i due che giunsero alla missiore arrivarono in gravi condizioni per le ferite subite.
Padre Mapeera parla di questo, e ora ci troviamo davanti a molti discendenti di quei wanyamwezi, e molti di tribù che sono venute dopo, come i Sukuma.
I loro discendenti erano ora davanti a me e continuavano ad ascoltare noi missionari. Senza averlo previsto, mi trovavo con tutti quei pagani davanti a me.
Sono cambiate molte cose dall'arrivo di quei missionari, 140 anni fa: ad esempio non ci sono più piccoli o grandi re o capitribù, né guerre tra tribù, e molti progressi sono avvenuti in un paese civile e con una lingua comune come lo swahili.
Tuttavia moltre altre cose non sono ancora cambiate, perché ci sono ancora tanti pagani, che stanno ancora aspettando il lavoro missionario.
Non pensiamo che siano ansiosi di ascoltare il messaggio del Vangelo, perché hanno vissuto così per generazioni, e a volte le parole possono scivolar loro addosso senza penetrare nel loro cuore.
***
Ciò che conta è che loro ci siano, che noi abbiamo la possibilità e molti più mezzi di tanti missionari prima di noi... e che le circostanze sono favorevoli al nostro lavoro. Quello che dobbiamo fare è "metterci al lavoro" con totale dedizione.
Si tratta di un apostolato imprevisto, perché quel giorno pensavo che sarei stato tranquillo a casa, non avevo Messe da celebrare nei villaggi, e invece mi è arriva questa richiesta.
Come quando ho chiesto a P. Pablo di andare a trovare David per dargli i sacramenti, andare a trovare un malato in quella zona, o fare un funerale, ci coinvolge tutto il giorno. Ci impegna come minimo quattro ore di viaggio tra andata e ritorno, oltre a tutto il tempo per amministrare i sacramenti o celebrare la Messa, e mangiare con loro prima di tornare.
E poi arrivariamo quasi al tramonto alla missione, stanchi, senza possibilità di fare altro che riposare un po'. In ogni caso, non ci siamo certo esauriti come quei missionari che percorsero queste terre per la prima volta.
Ringrazio Dio per quel grande giorno di apostolato.
Saldi sulla breccia!
P. Diego Cano, IVE
PS: a causa delle circostanze, non ho potuto scattare molte foto, ma solo questi due o tre gruppi (uomini e donne) seduti all'ora di pranzo.









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